Il gatto e la luna: racconto di una messa in scena

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“Vi va di lavorare su questa farsa?”. 

Mi ricordo di aver pensato “Evvai, una farsa! Finalmente qualcosa di comico!”. Comunque qualcosa di diverso rispetto a ciò su cui avevo lavorato fino a quel momento. 

“Il gatto e la luna” è una farsa in quattro scene: un mendicante cieco e uno zoppo sono in viaggio alla ricerca di un Santo che possa guarirli dai loro handicap. Lo zoppo guida con la sua vista il cieco che lo porta sulle spalle. Cantano e discutono, il cieco cantando e parlando della luna come se la vedesse, lo zoppo del gatto di cui è convinto poter eseguire i movimenti agili. Scenografia ed atmosfere sono evocative e portano lo spettatore in una bolla spazio-temporale lontana dal reale, qualcosa di più vicino al sogno, sensazione rimarcata dalla forte presenza della musica, rigorosamente eseguita dal vivo, che entra prepotentemente nel testo parlato, a volte sostituendosi ad esso. Il testo è strano. Ci è stato presentato come una farsa da Claudio La Camera e Maria Ficara (regista e drammaturga), e lo è, dato che sia i personaggi che la storia sono realistici, verosimili ma allo stesso tempo grotteschi. Ma fin dall’inizio, almeno per me, questo testo è stato avvolto nel mistero. Chi fosse il suo autore, di che epoca fosse, quale la lingua in cui era stato scritto… non ci era stato comunicato niente.

 

 

 

 

 

 

 

Diverso è diverso! Ma non nel senso in cui pensavo io. Ho come la sensazione che quel senso di mistero sia rimasto con noi, che sia entrato a far parte dello spettacolo, costantemente nel lavoro. Il dover lavorare su un testo di cui non sai niente, ti costringe ad inventare,  collegamenti, simbologie, epoche, significati e significanti. Non hai uno schema entro il quale puoi muoverti, tu come attore, o dentro il quale si può muovere il tuo personaggio. Dov’erano questi due personaggi? Potevano tanto essere nel deserto, quanto in un bosco fatato del nord Europa. Chi erano questi due personaggi? Potevano tanto essere due clown che inventavano una scena, tanto essere due poveri veri. Poco importava allo sviluppo della farsa. Come del resto recitava la prima didascalia! 

 

 

Poco importava? Ma se importavano poco questi aspetti poteva significare solo una cosa: che io ed il mio compagno di scena avremmo dovuto scavare dentro di noi e riempirli da dentro, questi due personaggi. Non mi piace muovermi con libertà estrema, la libertà estrema mi me mette in crisi. Ho bisogno di avere dei paletti entro cui muovermi durante la creazione. Chiesi dei paletti e mi furono dati: mi sto ancora interrogando sull’indicazione che la “Guernica” di Picasso avrebbe dovuto darmi riguardo a questo testo… prima o poi, immagino, ci arriverò.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il paletto che mi è stato più utile per cominciare il lavoro, è stato tradurre il testo in napoletano, lingua di nascita sia mia che di Vincenzo (Mercurio, attore), e l’inserimento nel breve testo della farsa situazioni comiche, battute, gag che ci hanno aiutato a costruire e rendere chiaro il rapporto dei due personaggi. E’ stato come ricondurre tutto a noi stessi, alla nostra vita, e subito il testo si è colorato, ha cominciato ad acquistare corpo. Lo scenario in cui si muovono i due mendicanti è diventato un paesaggio a noi conosciuto, non più un possibile deserto, né un possibile bosco del nord, ma la nostra terra, con la vegetazione della nostra terra, il Vesuvio sempre presente anche se temporaneamente non si vede, i colori ed i profumi bene impressi nella mente; i pensieri ed le problematiche sono quelli conosciuti ed i due mendicanti hanno acquistato subito una furbizia di cui prima erano sprovvisti, un modo di parlare che abbiamo ricollegato ai bassi, ai poveracci di Napoli così come sono generalmente immaginati. Abbiamo cercato di lasciare indefinita l’epoca, mantenendo un linguaggio a metà tra l’antico ed il moderno. Il linguaggio non è mai solo linguaggio, fa parte di un sistema, di un modo di pensare, di muoversi, di mangiare, di dormire, di comunicare o non comunicare. Stabilire un linguaggio è dunque delineare già una possibile psicologia, un possibile carattere, una serie di possibili connessioni interne ed esterne.

Poi è arrivata la maschera e tutto è cambiato, di nuovo. Bisogna adattare il lavoro sulla sua energia: il corpo in maschera si muove necessariamente in maniera diversa, la voce viene modificata dalla maschera, lo spazio posso solo sentirlo perché non riesco a vederlo; e bisogna capire come rendere “cieca” la mia maschera, e bisogna capire come due maschere uguali possano diventare diverse. E’ un lavoro appassionante! 

 

 

Avevamo un altro problema da risolvere: la comparsa di un altro personaggio: il Santo. Perché non un musico così da prendere due piccioni con una fava, dato che la musica è sempre rigorosamente dal vivo? E quindi è arrivato un musico: Bruno Paura, chitarrista per professione, Santo per sbaglio. Non mancano i colpi di scena.

 

 

Bisogna che racconti anche che lo spettacolo prende vita perché la nostra drammaturga, la dott.sa Maria Ficara, è una delle massime studiose di Yeats, e ci aveva chiesto di lavorare alla messa in scena di questa farsa in occasione della stesura della sua tesi scientifica dal titolo “Embodied Words Upon the Stage- W.B.Yeats, Translation and Theatre-Making”  (in cui si trova, tra gli altri, l’analisi del nostro lavoro), presso il Trinity College di Dublino. Lavoro entrato nell’elenco delle tesi delle biblioteche universitarie di tutto il mondo a partire dal 2015.

 

NOTE DRAMMATURGICHE

Ho tradotto la farsa “The Cat and the Moon” di W.B. Yeats per renderla disponibile per la rappresentazione. Obiettivo di questa operazione, era di consegnare ad attori e regista un testo senza dire loro di chi fosse, in modo da osservare come avrebbero lavorato sulla situazione proposta dalla stessa farsa, senza un approccio letterario-filologico che partisse dalla storia del testo. Mentre molti infatti conoscono “Aspettando Godot” di Beckett, pochi sanno della farsa che ispirò quel testo, appunto “Il Gatto e la Luna” di Yeats. La farsa comporta più una “situazione” che un vero concatenarsi di eventi, e ciò pone una sfida agli attori in scena, che si trovano, come i personaggi, nell’horror vacui dell’assenza di tutto. Gli attori hanno fatto loro la situazione, generando materiale scenico proprio dalla relazione simbiotica tra i due personaggi, evocando un universo attorno a loro. Il cieco e lo zoppo non hanno che loro stessi e l’altro, nella loro condizione di mendicanti, e li troviamo in un pezzo del loro cammino, condotto da un obiettivo: trovare il Santo. Simbolo di tante vite trascorse nella tenacia di non soccombere, e nella costruzione di una speranza che va oltre la miseria, i due mendicanti uniscono le proprie menomazioni, sociali e fisiche, e insieme affrontano la strada come direzione voluta, alla ricerca del senso della loro esistenza.

Maria Ficara

 

Nel frattempo il lavoro è stato messo in scena più volte e di fronte ad un pubblico molto vario. La reazione dei bambini, in alcuni casi molto piccoli (5-6 anni), di fronte a questo lavoro è strabiliante: grazie a loro ho un immagine vivida di quello che doveva succedere una volta intorno ad un focolare.

 

 

Cieco e Zoppo sono simboli universali, che sanno parlare ad adulti e bambini: essi sono in cerca di qualcosa di trascendentale. Ricerca comune negli esseri umani.